19  Feb
Jhonatan e gli altri
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Ho sempre amato gli animali. Da piccolo cercavo le lucertole, raccoglievo ragnetti e scarafaggi (mi sentivo “forte” quando gli altri bambini scappavano urlando perchè avevo in mano qualche animaletto schifoso) lombrichi, vermicelli e formiche che spesso per conoscere bene sezionavo ancora vivi (ora gli animalisti mi vengono sotto casa). Crescendo cominciai a portare a casa animali di ogni genere. Passerotti caduti dai nidi, ranocchiette, piccioni, cagnolini e gattini.

I passerottini in genere non passavano la notte. Era difficile farli mangiare perchè troppo piccolini e sistematicamente li trovavamo la mattina seguende stecchiti nella scatola delle scarpe adibita a ricovero.

La prima ranocchietta me la regalò un mio compagno di classe alle medie. Una raganella, di quelle che non crescono ma rimangono piccoline. Mia madre me la fece liberare subito perchè una ranocchia proprio non la poteva sopportare e la liberai in una fontana vicino casa. Io però volevo troppo una ranocchietta e me ne feci portare un’ altra dal mio amico (che non ho idea di dove andasse a prenderle). Stavolta ero deciso a tenerla quindi andai in un negozio di animali e comprari una vaschetta per pesciolini con coperchio e pulci essiccate (non sapevamo cosa mangiasse). Portai ranocchia a vaschetta (e le pulci) a casa. Ho messo nella vaschetta dei sassi e acqua così che la ranocchietta potesse sia nuotare che saltare da un sasso all’ altro. Poi gli ho dato da mangiare… ma ste pulci morte ed essiccate che galleggiavano sull’ acqua e che puzzavano come una mandria di bovi la ranocchia nemmeno le vedeva. Disperato temevo che sarebbe morta di fame ed è mentre ripulivo l’ acqua che un ragnetto non so come è precipitato nella vaschetta atterrando su un sasso di fronte alla mia ranocchietta. Terrorizzato (senza motivo) e temendo che il ragno potesse nuocere alla mia cara ranocchietta cercavo un qualcosa per toglierlo di li, trovata una biro sono tornato alla vaschetta e del ragnetto nessuna traccia. Ma vuoi vedere che…? sono uscito in cortile con tutta la vaschetta, ho raccolto un pò di formichine che ho gettato dentro. Da sopra il masso la ranocchietta le osservava nuotare e poi all’ improvviso.. Slap Slap Slap Slap.. una a una le formiche mangiate.

Tutto risolto per prepararle pranzo e cena gettavo a terra nel cortile pezzi di pane che dopo un’ oretta andavo a raccogliere completamente ricoperti di formichine (porelle) e poi gettavo nella vaschetta in blocco e la mia ranocchietta si sfamava.

Tutto l’ inverno e l’ estate mi sono preso cura di questo carinissimo esserino. Poi partimmo per il campeggio e fu li che una mattina non la trovai più nella sua vaschetta. La retina che utilizzavo come coperchio inspiegabilmente si era sollevata e lei con un balzo che non avrebbe mai potuto fare era scappata… mi puzzò subito tutto ciò, mia madre era riuscita a liberarsi ancora di uno dei miei animaletti.

Arriviamo a Jhonatan. Ero all’ oratorio e mentre giocavamo a calcio il pallone andò sul tetto della sagrestia. Chiesi il permesso per andarlo a riprendere. Bisognava passare dalla sagrestia , uscire di fuori in un cortiletto dove c’ era la scala che portava al tetto. In quel cortiletto trovai Jhonatan. Un piccione ferito ad un ala. Ci ho messo un bel pò per prenderlo e fargli capire che non volevo fargli del male (ma non credo che lo abbia capito). Ho lasciato li il pallone, mi sono tolto il giacchetto e ci ho infilato dentro Jhonatan e sono corso a casa. Il piccione Jhonatan a differenza dei passerotti che trovavo era già bello che svezzato. Mangiava granoturco e riso e la ferita all’ ala guarì presto. Ma Jhonatan non sapeva volare. Sbatteva qualche volta le ali per arrampicarsi sul divano o su una sedia. Faceva i suoi bisogni solo sopra un foglio di giornale. Dopo qualche settimana che si era ripreso decisi che dovevo insegnargli a volare. Ma come? Lui si era abituato a mangiare dalla mia mano. Poggiava le sue zampettine sul mio polso e beccava il riso o il grano che avevo nel palmo della mano, pizzicandomi la pelle, un solletichino troppo bello. Quel giorno appena ha finito di mangiare abbasso velocemente il braccio. Il senso di discesa improvviso lo ha costretto a sbattere le ali e ha fatto un balzo verso l’ alto. Queste le mie lezioni di volo. Poggiato sul mio polso io abbassavo e rialzavo il braccio velocemente e lui sbatteva le ali. Poi lo lanciavo, lui sbatteva le ali e spesso finiva a sbattere sul soffitto.. e girava rintronato per casa. Piano piano però ha imparato e se ne svolazzava da una stanza all’ altra. Saliva sulla libreria, sugli armadi dove amava dormire e se fischiavo veniva a poggiarsi sulla mia spalla. Tutti me lo invidiavano il mio Jhonatan e lo prendevano anche in giro, povero piccione, io gli volevo tanto bene (avevo boh 12 anni, non ricordo bene) ed ero molto orgoglioso di lui. Avendo imparato a volare mi sembrava giusto liberarlo finalmente. Mi dicevano che i piccioni ricordano sempre la strada di casa e vi tornano. Mio nonno aveva al paese la piccionaia (forse non era questo il nome) e i piccioni erano liberi di andare ma tornavano sempre da lui a mangiare. Mi fidavo e non mi fidavo e egoisticamente, tardavo la sua liberazione e questo non me lo sono perdonato per un pò.

Una domenica andammo a un matrimonio di un cugino di mamma (s’è pure divorziato ma perchè te sei sposato, assassino!!) e con tutta la famiglia siamo usciti. Prima di andare io dissi a mamma di chiudere le porte delle varie stanze, che tanto non c’ era bisogno che Jhonatan girasse libero per casa. Non faceva bisogni in giro però non si sa mai. Lei invece mi dice che no è meglio lasciarlo svolazzare libero dove vuole. La sera tardi torniamo a casa. Eravamo divisi in due macchine e io mi trovavo in quella che arrivò per seconda. Sceso dalla macchina andai quasi correndo verso casa per vedere se Jhonatan aveva fatto qualche casino, se aveva mangiato e nel tragitto dalla macchina al portone di casa incrocio mio padre che teneva in mano un sacco dell’ immondiazianero. Non mi preoccupo del perchè a quell’ ora tarda di sera andasse a gettare la spazzatura, nè perchè il sacco non fosse del tutto strapieno di immondizia, io volevo andare da Jhonatan. Entro e trovo una strana atmosfera cupa, triste, stonavano solo le risate di mio fratello Giancarlo (’stardo) che rideva a crepapelle. Jhonatan non c’ era più. Morto. Come? Affogato nel water. Mio fratello Giancarlo appena entrato è corso in bagno a fare pipì, subito non l’ aveva nemmeno notato senza vita li nel fondo, ci ha urinato sopra. Questo lo divertiva molto. Mia madre lo ha velocemente infilato in un sacco nero per non farmelo vedere. Ho pianto, tanto, tutta la notte. Ero stato io ad ucciderlo perchè avevo paura di liberarlo. Sono stato male un bel pò. Per un piccione. Per Jhonatan.

Ci sono stati vari micini in casa nostra. Tutto cominciò con Principessa, una gattina trovata sulla strada di casa da mio fratello Andrea e mia cugina Katia (che con sua madre hanno vissuto con noi per molti anni). Sfamata e cresciuta un giorno è tornata in cortile (mia zia ha paura dei gatti e quindi viveva in cortile) gravida dando vita a una stirpe durata molti anni fino a quando i nostri vicini non hanno deciso di porle fine avvelendando tutti i gatti (che erano in media una ventina). Oltre però alla famiglia di Principessa molto vasta, ogni tanto trovavamo qualche altro micino che entrava a far parte di quella grande famiglia. Lucky era in mezzo alla strada tra le macchine che sfrecciavano. Il nome dovuto proprio alla fortuna che ha avuto a non essere ucciso prima che lo trovassimo.

Memole era malconcio e senza coda. Regina sembrava una pantera e la vedevamo solo di notte sul marciapiedi, ci è voluto un pò per acchiapparla.

Poi mia zia andò a vivere con un uomo , quando la colonia di gatti era quasi del tutto estinta. Mio fratello (sempre lui) Andrea trovò questa gatta roscia sotto casa della sua allora ragazza. Non era del tutto randagia ed era adulta. Si vedeva che non era vissuta in strada, faceva i bisogni nella lettiera ed era molto socievole. Fu il primo gatto che tenemmo in casa, anche se alla fine ci veniva solo per mangiare e dormire (in questo ci somigliavamo) per il resto gironzolava per il cortile e qualche volte si allontava anche, ma tornava sempre. La notte si acciambellava dentro la cesta dei panni puliti o su uno dei nostri letti. Mi pare si chiamasse Kia, non ricordo che nome gli avevano dato perchè tanto per tutti era la “puttanazza” o “mignottona”. Era stata sterilizzata ed era anche molto pulita, come tutti i gatti del resto. Un giorno si è allontanata da casa e non ne ha fatto mai più ritorno. Ci piace pensare che qualcuno l’ ha presa e portata a casa con se poichè era davvero molto bella.

Trovai un micetto Certosino nel piazzale dove tenevamo i furgoni quando lavoravo alla bofros. Miagolava, miagolava senza interruzzione. La sera tornai a posare il furgone e lo presi, lo infilai in macchina ed ecco il nuovo micino. Era una peste. Io mi infilavo a letto e lui si arrampicava a fatica sul mobile tra il mio letto e quello di un altro fratello, una libreria, arrivato in cima puntava i miei piedi e quando li muovevo nel sonno lui si gettava dall’ alto e me li mordeva. Ci si infilava sotto le lenzuola per morderci le mani o i piedi e ogni tanto la notte sentivi qualcuno di noi che cacciava un urlo disumano più per lo spavento che per il dolore.

Era l’ incubo anche di Billy (ora arriviamo anche a lui, lo stuppedo!) ma era una forza della natura stava sempre a giocare. Anche lui cresciuto un pò davamo il permesso di andare al cortile e anche lui scoprì il modo per allontanarsi, ma tornava sempre. Fino a un giorno che è uscito e non è tornato mai più. (Lui di sicuro se lo sono rubato, era bellissimo). Lui non ricordo come l’ ho chiamato e nemmeno come lo chiamavamo, forse Mignottone? Boh.

Arriviamo a Billy.

A 17 anni volevo un cane. Lo desideravo da anni ma mia madre che più o meno accettava tutto sul cane era irremovibile. No , no e no!

Lei ne aveva avuto uno o meglio lo aveva comprato sua sorella, ma a badarci tra tutte le sorelle era lei. Il cane, un bel pastore che io conosco solo per racconti e foto scelse mia madre come “padrona” e a lei si affezzionò in maniera totale. Quando mia madre andò via da casa per vivere con mio padre portò con se il cane (il sentimento era reciproco). Raccontano che quando mia madre tornava a casa e suonava alla porta doveva mettersi di lato con le spalle al muro perchè nemmeno aprivano che lui gli saltava in braccio (lui si chiamava Furia) la travolgeva letteralmente e la buttava in terra. Tanto l’ amore per questo cane di mia madre che quando morì lei decise di non volerne mai più uno.

Ma io avevo 17 anni e desideravo un cane. Avevo già disobbedito facendomi buchi alle orecchie, al naso, al capezzolo e due tatuaggi, potevo permettermelo. Il modus operandi era lo stesso per tutto. Fare le cose senza dirglielo e mettere mia madre difronte al fatto ormai compiuto. Cristian il mio amico aveva un dobberman, femmina, bellissima. Shera. Non potevano più tenerla in casa perchè andava d’ accordo con tutti , conoscenti e non, l’ unica che non sopportava era la mamma di Cristian che gli diedi un ultimatum. La volevo prendere io che ci ero molto affezzionato. Ma in seguito a un incidente col motorino dovetti stare a casa per un mesetto e in quel mesetto Shera venne data via. Qualche giorno dopo andai in saletta e li vennero Cristian con Michela, la sua ragazza di allora che mi disse se ancora volevo un cane. Certo che si, maledizione, ma volevo Shera! Guarda qui mi dice e estrae dalla tasca del suo bomber un cucciolo troppo bello con la testolina piccola e due orecchie enormi. Fu amore a prima vista. Lei ne aveva già 4 a casa e la madre un altro non poteva tenerlo… per Billy occorre un blog tutto per lui…

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Posted by admin, filed under animali. Date: Febbraio 19, 2008, 2:01 pm | No Comments »